Fantastiche matite 2003

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"Note a margine"

Introduzione di Serenella Parazzoli


Copertina del Catalogo della mostra Fantastiche matite, ed. 2003

Il mio lavoro di editor di libri per ragazzi consiste nel tentativo, spesso riuscito, di mettere insieme i pezzi forniti da autori e illustratori e di organizzarli in un libro rispondente alle esigenze della Casa Editrice. È un lavoro spesso ripetitivo ma comprende alcuni momenti forti di cui quello più scontato è sfogliare una copia staffetta di un titolo fresco di stampa - rilegata a mano in pochissime copie - con l'inconfessata certezza di scoprire un refuso, una correzione mal riportata, uno di quegli imprevedibili sbagli di cui Calvino dà conto in Se una notte d'inverno un viaggiatore. Ma, per fortuna, ci sono altre scadenze più piacevoli legate ai contatti che tengo con gli illustratori; io che non so tenere la matita in mano (figuriamoci i pennelli e la china) e che devo comunque sceglierli, orientarli e giudicare il loro lavoro.

L'esame del primo progetto con la scansione del racconto abbozzata a matita - spesso con le indicazioni scritte dei colori, talvolta con schizzi a tempera o ad acquerello - fa scattare la storia del libro illustrato (il libro che domani sarà nelle mani dei bambini, per il momento, è solo nella mia testa e nella testa e nelle mani dell'illustratore), un progetto dunque che non è più solo un testo, ma non è ancora un insieme ordinato di date pagine, di un dato formato, che fa parte di una data collana che si rivolge a una fascia di pubblico di una data età in cui ci deve stare comodamente una storia, la storia da illustrare, appunto.

In questi menabò, di cui gli autori sono giustamente gelosissimi, sono ancora percepibili invenzioni, entusiasmi, difficoltà, ripensamenti, correzioni, dubbi superati o aggirati con scelte fuorvianti, che sono talvolta più felici di un'interpretazione "corretta" del testo.

Quello che è certo è che non si tratta mai del lavoro che avevo chiesto io. Sorprendentemente mai.

Devo capire in fretta, prima di alzare gli occhi, se funziona, non devo lasciarmi distrarre dal fascino seducente del non finito. Con autori come quelli in mostra funziona sempre. Non so se ha sempre funzionato. Posso dire di sì per quel che riguarda Giuliano Ferri, non so se dietro agli altri c'è stato un mio collega a interrogarsi immobile sulla sedia con gli occhi fissi sulle loro prime tavole. Adesso è facile vedere come chi li ha pubblicati per la prima volta ha fatto bene, ha avuto ragione. Conosco l'editor che ha promosso alla stampa le prime tavole per bambini di Giulia Orecchia, posso persino immaginare la sua faccia, mentre le esaminava, anche lei non sa tenere la matita in mano, ma ha dato fiducia a numerosi esordienti, camminando faticosamente al loro fianco fino a realizzare libri bellissimi. È stata la mia maestra. Non è uno zucchero, del resto chi di noi si può permettere di essere uno zucchero in un mondo economicamente marginale come l'editoria? Quando incontro gli occhi ansiosi dell'autore mi sono accorta che sorrido, sempre. Forse è il mio modo di dire grazie, perché, dopo più di trent'anni di lavoro in questo campo, mi rendo conto di come le loro tavole siano ben più rivelatrici di un testo scritto e che mi può capitare di vedere anche quello che non vorrei: angosce infantili non risolte, ingenuità, problemi, felicità private, paura di non farcela. Quello che mi aspettavo, no, non mi capita quasi mai di trovarlo. Oggi sono sicura che sia meglio così. Forse gli illustratori migliori sanno fare una cosa che io non ho ancora ben capito, ma che mi pare dia voce al loro mondo infantile tutto intero: prendere o lasciare.

Non ho mai imparato bene a dare indicazioni, ma, ogni volta che qualcosa non mi convince fino in fondo, capisco che, se dico troppo, sono fraintesa. È preferibile, quando il lavoro complessivamente va bene, restare sul vago: meglio dire che l'atmosfera della tavola è troppo cupa, piuttosto di suggerire colori solari, nel primo caso potrà comparire un particolare curioso dove il bambino appoggerà lo sguardo per farsi coraggio, nel secondo la tavola sarà sicuramente slavata. Si può anche essere precisissimi: "Sarebbe meglio che il protagonista avesse le scarpe da tennis invece degli scarpini con il fiocco". Un notissimo illustratore è riuscito a mettere un fiocco sulle scarpe da tennis.

C'è poi un momento tutto particolare e segreto che mi ripaga dei molti noiosissimi controlli che sono la sostanza del mio lavoro: è quando arriva il Bustone degli Originali. Sono confezioni a scatola cinese, complicatissime da aprire, svolgendo strati di cartone, buste, veline sigillate con lo scotch. Poi, finalmente, gli originali si presentano in sequenza e la storia illustrata si dipana in tutta la sua complessità: le tonalità dei colori si rincorrono in una serie alternata di dominanti cromatiche che interpretano il racconto, le invenzioni accennate nel progetto si collegano in legami leggeri, ma evidenti, il senso gioca a nascondino, precisandosi in un turbine di sorprese, fino alla fine della storia. Se il lavoro dell'illustratore è ben fatto, molta parte del testo che lo ha supportato diventa inutile, è stato assorbito dalle tavole e andrebbe tolto, come il ponteggio di un edificio ultimato, ma questo è un altro problema.

Guardando le tavole esposte, vorrei pregarvi di non considerarle dei quadri, ma qualcosa di più simile ai fotogrammi; magari contengono - come alcune immagini tratte dalle pellicole che hanno fatto la storia del cinema - l'essenza di tutto il racconto, ma non sono state fatte per stare da sole, o meglio da sole non esprimono tutta la loro potenzialità.

La stampa è traditrice, i nuovi metodi di riproduzione a colori non premiano i bozzetti e il lavoro degli illustratori è spesso maltrattato, tuttavia le figure racchiuse nei libri sanno entrare nell'immaginario dei bambini e possono aiutarli ad elaborare una realtà spesso minacciosa e confusa alla quale è sempre più difficile dare senso. Gli illustratori in mostra sanno prendere i bambini per mano e condurli anche dove hanno paura ad andare da soli, mostrando loro che molti mostri sono di carta e altri più insidiosi e nascosti esistono e sono pericolosi.

Chissà poi se i lettori si accorgono delle manine paffute sempre in movimento dei bambini di Giulia Orecchia, delle scene sullo sfondo di Giovanni Manna, della Venezia accesa di Bimba Landmann, dell'alone di luce che circonda i personaggi di Ferri? Chissà se colgono l'ironia di Grazia Sacchi, se notano le carissime impressioni in oro nel libro che racconta di Giotto, se condividono la tenerezza dei cuccioli, se osservano le variazioni del paesaggio nei riquadri alla base delle tavole?

Io sono sicura di sì.

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